Dietologia - Dimagrire senza farsi del male!

Come dimagrire senza farsi del male: 


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La miglior dieta è indubbiamente quella di mangiare meno, ma i lavori scientifici effettuati con diete a basso apporto calorico ne hanno rilevato un fallimento quasi totale riportando solo l'8% di risultati positivi nel tempo. Infatti solo i pazienti che hanno in percentuale meno di 10 kg da smaltire, hanno qualche speranza di successo.

Certo è che il regime alimentare a basso apporto calorico se ben equilibrato resta il metodo più sicuro per perdere peso anche se rimane il più duro, il più difficile ed il più penoso per le per il paziente in quanto: 
questa dieta non toglie la fame: poca gente resiste a questa sensazione spiacevole ed abbandona dopo due o tre settimane 
questa dieta è troppo lunga:  una perdita di 500 grammi la settimana è un fattore demotivante per un paziente che ha più di 10 kg da perdere 
questa dieta favorisce la tentazione:  la continua fame porta a frequenti deroghe nella limitazione delle quantità alimentari da assumere

Inoltre, il medico nutrizionista deve sempre ricordare che alla diminuzione di apporto calorico si accompagna spesso un abbassamento dei bisogni metabolici.

Un'alternativa proposta, erroneamente, alla dieta ipocalorica è quella del digiuno assoluto.
Questo regime alimentare infatti, composto da sola acqua assunta a volontà, porta ad una perdita di massa magra superiore alla perdita della massa grassa. Questa perdita avviene in particolar modo a livello della muscolatura striata e quindi anche a livello cardiaco con possibili conseguenze anche mortali.
Studi fatti sul bilancio azotato mostrano che con il digiuno assoluto un adulto che pesa 70 kg perde 3,7 kg di azoto ogni giorno. Considerando che un grammo d'azoto corrisponde a 6,25 grammi di proteine e che il muscolo contiene circa il 20% di queste, la perdita è di 32 grammi di muscolo al giorno. Aggiungendo che i bisogni proteici aumentano sotto restrizione calorica, si arriva che dopo 10 giorni di digiuno il paziente perde circa due chili di tessuto muscolare.

Partendo da queste considerazioni numerosi autori cominciarono a studiare la possibilità di trovare una dieta che potesse dare un bilancio calorico negativo minimizzando la perdita di massa magra. Per questo era necessario modificare il digiuno assoluto con una integrazione proteica.

Bollinger nel 1966 provò ad aggiungere dell'albumina. Apfelbaum nel 1970 addizionò caseina. Geunth e Verter nel 1974 aggiunsero del glucosio con della caseina.Baird e Howard nel 1975 mescolarono del glucosio con degli aminoacidi.
Fu, però, Blackburn che determinò i bisogni dell'organismo in aminoacidi nel corso del digiuno e che dimostrò come una privazione calorica, con un'assenza completa d'idrati di carbonio, potesse neutralizzare l'effetto anabolico dell'insulina sul metabolismo dei grassi: Infatti senza insulina non è possibile litogenesi.

Blackburn provò che delle piccole quantità di aminoacidi portavano, nel corso del digiuno proteico, dei leggeri cambiamenti nella risposta metabolica e potevano neutralizzare il bilancio azotato negativo. Quindi i pericoli del digiuno assoluto potevano essere eliminati ingerendo delle proteine prive di idrati di carbonio.
In questi studi Blackburn codificò la quantità esatta di proteine che bisognava assumere nel corso del digiuno per proteggere la massa nobile di un individuo, cioè da 1,2 a 1,5 gr per chilo di peso ideale.
Nacque così il digiuno proteico che protegge l'equilibrio azotato e cancella la fame grazie allo stato di chetosi che l'accompagna. Infatti nel digiuno proteico si ha la diminuzione del glucosio con conseguente attivazione del catabolismo dei trigliceridi adipocitari. La lipoproteinlipasi idrolizza i trigliceridi in acidi grassi e glicerolo. Il glicerolo è ossidato a livello del fegato in glucosio. Il 40% degli acidi grassi prodotti vengono utilizzati direttamente nel lavoro muscolare. L'altro 60% subisce una beta-ossidazione a livello epatico con la formazione di Acetil-CoA. Dalla successiva condensazione di due molecole di Acetil-CoA si forma l'acido acetacetico. Questo si trasforma, in massima parte, in acetone ed acido beta-idrossi-butirrico.
Questi tre composti vengono denominati: corpi chetonici.
La corretta funzionalità pancreatica, caratteristica del paziente non diabetico, permetterà la successiva riconversione, in presenza di minime concentrazioni d'insulina, dei corpi chetonici in Acetil-CoA e la loro successiva metabolizzazione.
La formazione dei corpi chetonici nel digiuno proteico riveste numerosi vantaggi:
– forniscono il 25% dell'energia che richiede l'organismo nel corso del digiuno proteico 
– facilitano l'utilizzazione degli acidi grassi liberi da parte del cervello che trasforma la sua fonte energetica utilizzando per l'80% del suo metabolismo i corpi chetonici. 
– i corpi chetonici circolano liberamente nell'organismo fornendo energia, infatti non hanno bisogno di proteine vettrici e penetrano liberamente nelle membrane cellulari. 
Da ciò si può concludere che il digiuno proteico permette di utilizzare a pieno l'energia del tessuto adiposo, riducendolo, senza intaccare la massa magra.

Il Dott. Giuseppe Castaldo, responsabile del modulo di Nutrizione Clinica dell'Azienda Ospedaliera "Moscati" di Avellino, ha sperimentato lungamente questa dieta sia su pazienti ambulatoriali (la dieta, successivamente riportata, prevede l'uso di alimenti naturali, alimenti dietetici ed integrazione vitaminico-minerale). Prima e durante la dieta i pazienti sono stati studiati sul piano antropometrico, cardiologico e sul piano ematochimico. In tutta la casistica ad oggi riportata dal dott. Castaldo (oltre 500 pazienti) si 'è avuta perdita di tessuto adiposo senza diminuzione di massa magra; tutti i parametri ematochimici sono rimasti nella norma senza rilevare variazioni dell'uricosuria (uno dei pericoli del digiuno è la necrosi tubolare per acido urico), del pH ematico (l'eventuale acidosi iniziale da corpi chetonici era prontamente tamponata) e degli enzimi epatici (assenza di steatosi); anche il tracciato elettrocardiografico non ha rilevato alcuna variazione.
Di particolare interesse è stato il rilevare che la perdita di grasso avveniva principalmente dei distretti di adiposità localizzata in eccesso. Anche se questo meccanismo non è ancora perfettamente chiarito si pensa ad un'azione specifica del GH, ormone che aumenta in questo regime dietetico.

Il successo della dieta proteica ha portato il mercato degli integratori alimentari a fornire vari tipi di preparati proteici liofilizzati atti a sostituire gli alimenti naturali, spesso accettati con difficoltà dai pazienti.
Senza entrare sul raffronto dei vari prodotti presenti sul mercato, ma rammentando a ciascuno di noi di verificare secondo scienza medica quanto ci viene proposto e soprattutto che non possono esistere composizioni che permettano di superare i fabbisogni in aminoacidi di ciascuno di noi, tracciamo le linee guida che hanno portato alla nostra ultima scelta.

Un alimento dietetico proteico per essere utilizzato nel trattamento dietetico deve:
– rispettare o avvicinarsi ai rapporti percentuali degli aminoacidi essenziali consigliati da Meister in Biochemestry of aminoacid nel 1965; 
– rispettare il rapporto lisina /triptofano di 5; 
– non essere sottoposto ad idrolisi acida, per il suo trattamento, perché questa tecnica distrugge il triptofano; 
– avvicinarsi il più possibile alla composizione aminoacidica caratteristica dell'alimento che consente l'accrescimento dell'uomo: il latte della donna.

Associazione Volontari "Farma e Benessere"

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